Per te mamma

Mi nutro d’amore! Evitare surrogati

Commento al Vangelo del 18 agosto 2024

Ventesima domenica del T.O. B

«Sono diventato simile al pellicano che abita nel deserto;

sono diventato come il gufo notturno tra le macerie;

ho vegliato e sono diventato come il passero solitario sul tetto»,

Sant’Agostino, Discorso 1,7 (Esposizione sul Salmo 101)

Come un pellicano

In una strofa dell’inno Adoro te devote del 1264, San Tommaso d’Aquino scriveva:

«Pie pellicáne, Jesu Dómine, Me immúndum munda tuo sánguine,

Cujus una stilla salvum fácere,

Totum mundum quit ab ómni scélere».

Gesù viene paragonato da Tommaso al pellicano che salva noi peccatori con il suo sangue. In passato si pensava infatti che il pellicano nutrisse i suoi piccoli con il proprio sangue, secondo alcune versioni perché i figli erano deboli e incapaci di vivere, secondo altre tradizioni perché uccisi dal serpente. Sebbene le conoscenze scientifiche oggi ci abbiano rivelato che in realtà il pellicano nutre i piccoli attraverso la carne dei pesci che si procura e che conserva in una sorta di sacca collocata sotto il collo, l’immagine del pellicano rimane comunque un simbolo eloquente di quello che i cristiani volevano trasmettere sulla figura di Cristo.

Con la propria vita

La domanda che troviamo in questa pagina del Vangelo di questa domenica risuona in realtà anche all’interno delle nostre relazioni: come si può dare da mangiare la propria carne? Come si può amare qualcuno, nutrendolo con la propria vita? Forse una mamma potrebbe rispondere. Il bambino vive nel corpo della madre e si nutre di lei. Quando nasce e se ne separa, quella modalità non scompare del tutto: una mamma sa che tutta la sua vita sarà una ricerca profonda per continuare a nutrire il figlio con la propria carne. Forse è proprio a partire da questa immagine che possiamo intuire allora qualcosa di come Dio nutre di sé l’umanità.

Tutta la persona

Il discorso sul pane del capitolo 6 del Vangelo di Giovanni arriva in questi versetti a una sterzata, perché l’immagine del pane lascia il posto alla carne e al sangue, come se il discorso di Gesù diventasse sempre più radicale. La carne e il sangue sono infatti gli elementi che costituiscono la persona. È come se Gesù uscisse dalla metafora e svelasse fino in fondo il senso delle sue parole: vuole nutrirci con la sua vita, perché solo nutrendoci di lui possiamo vivere veramente.

Cibi sbagliati

Ma fino ad ora di cosa ci siamo nutriti? Forse ci stiamo solo avvelenando se alimentiamo la nostra vita con i pensieri negativi, con il lamento e la mormorazione, con le critiche e il pettegolezzo, con relazioni tossiche da cui ci illudiamo di ricavare amore. Forse ci stiamo nutrendo con un cibo che in realtà non ci dà l’energia necessaria: nutrire il proprio orgoglio o la propria superbia, coltivare ossessivamente la propria immagine, sono modi ingannevoli di nutrire la nostra vita. Alla fine ci ritroviamo deboli e incapaci di andare avanti. Talvolta facciamo l’errore di pensare che abbiamo bisogno di aumentare le dosi di questi cibi falsi fino a diventarne dipendenti e a distruggere la nostra vita.

Vivere la relazione

Non a caso Gesù insiste sulla veracità del cibo che vuole darci. Il pane è quindi la sua carne: ecco il senso dell’eucaristia. Non mangiamo solo il pane, ma ci nutriamo della relazione con Lui. Gesù è pronto a darci la sua vita, ma una relazione va coltivata. Gesù entra nella nostra casa, ma come lo accogliamo? Quale spazio e quale attenzione gli stiamo riservando? Il suo desiderio è stabilire un’unione intima con noi, per questo utilizza in questi versetti lo stesso verbo che riprenderà nell’immagine della vite e dei tralci: rimanere è infatti il verbo dell’amore. Chi ama non scappa, chi ama non nasconde i problemi, chi ama non si gira dall’altra parte, chi ama rimane! Solo rimanendo nella relazione con Gesù, viviamo veramente.

Eternità

È questo il senso dell’eternità: non è un infinito solo temporale, ma anche spaziale, una vita eterna è una vita profonda. Eterna vuol dire piena. Nutrirsi di Gesù vuol dire non accontentarsi delle briciole, non sopravvivere, ma partecipare al banchetto della festa.

Chi vive in pienezza questa relazione, sente la sua vita come eterna, non ha paura della morte, non solo della morte fisica, ma di quel senso di morte in cui la nostra vita rischia continuamente di precipitare. Se non ti nutri del cibo adatto alla tua anima, non puoi che morire. Siamo fatti per il cielo, non possiamo non nutrirci di Dio. Siamo chiamati a diventare quello che mangiamo, per questo Dio vuole nutrirci di lui perché si compia il sogno originario, quello di farci come lui.

Leggersi dentro

⁃ Con quale cibo stai nutrendo la tua vita?

⁃ Come ti prendi cura della tua relazione con Gesù?

Per gentile concessione © ♥ Padre Gaetano Piccolo SJ

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