mani sul cuore

Tempo di lettura: 5 minuti

La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,39-45

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Parola del Signore.

Comprendere

Roberto Pasolini

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La preghiera di colletta, scelta dalla liturgia per questa domenica, ci lascia intuire come sia necessario un discernimento se vogliamo non solo «amare i nostri fratelli» ma anche «comprendere» il mistero della loro vita senza mai diventarne, anche inconsapevolmente, «giudici presuntuosi e cattivi». In effetti è un rischio grande e non così infrequente quello in cui cadiamo quando cerchiamo di aiutare il nostro prossimo dimenticandoci di rimanere, al contempo, attenti e sensibili anche al nostro costante bisogno di essere aiutati:

«Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio» (Lc 6,42). 

Il Signore Gesù non vuole denunciare quelle forme di carità così affrettate da squalificarsi sul nascere come goffi e sterili tentativi di apparire generosi, ma ricordare a tutti come sia possibile camminare verso l’altro senza rendersi conto di quanta strada verso se stessi ci sia ancora da fare:

«… mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio?» (Mc 6,42).

Il rischio di mettersi accanto all’altro con un atteggiamento di superiorità è quella forma di cecità che, altrove nel vangelo, Gesù denuncia come la forma di peccato più grave e difficilmente guaribile: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane» (Gv 9,41).
Del resto, la riflessione del Siracide è piuttosto illuminante sull’argomento:

«I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo» (Sir 27,6).

A dispetto delle apparenze, molto spesso incantevoli e convincenti, solo il momento della «prova» – quando crollano tutte le inevitabili impalcature – rivela quale sia il vero fondamento di una cosa o di una persona. Per quanto riguarda l’uomo, in particolare, è proprio il suo modo di ragionare più che il suo modo di agire a qualificarne l’esistenza. Sono infatti le intenzioni – e le ragioni – a esprimere la bontà e l’integrità di un’azione, non semplicemente la sua veste esteriore. Per questo il sapiente conclude la sua riflessione indicando l’importanza delle parole per rivelare il significato profondo di un modo di agire:

«Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore» (Sir 27,7).

Il Signore Gesù, nel vangelo, si spinge ancora più in là, radicalizzando questo ineludibile legame tra l’albero e i suoi frutti: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono» (Lc 6,43). La parola utilizzata dall’evangelista Luca per indicare la fruttuosità incapace di esprimere la bontà dell’albero è, letteralmente, l’aggettivo «guasto, rotto, rovinato». 
Senza attenuare il dramma di un frutto che non giunge a felice maturazione, questa sfumatura semantica ci ricorda che un frutto cattivo non proviene da un seme diverso da quello buono, ma è «semplicemente» un frutto che non è riuscito a maturare nel modo corretto, cioè a diventare pienamente se stesso. L’insegnamento di Gesù acquista anche un respiro molto liberante, quando ricorda che i frutti non si possono, ma soprattutto non si devono, improvvisare perché sono il lento e incessante emergere della qualità e della specie di un albero. Per questo siamo tutti liberi di non doverci né segnalare né manifestare con aggressività agli occhi degli altri, dal momento che

«ogni albero si riconosce» – naturalmente – «dal suo frutto» (Lc 6,44).

L’unica attenzione da avere con ogni slancio di desiderio e di volontà è quella di saper riempire il cuore di pensieri buoni e di parole vere, perché da esso scaturisce la linfa della nostra fecondità. È il mistero della radice della nostra anima, chiamata a imparare l’arte di custodire qualcosa – anzi qualcuno – più grande di noi, dalla cui presenza dipende il fallimento o il compimento di tutta la vita:

«L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male» (Lc 6,45).

Se coltivare l’albero spetta al Signore (cf. Gv 15), consentire al nostro cuore di ricevere la vita vera spetta a noi, sapendo che questa fatica «non è vana nel Signore» (1Cor 15,58).

fonte © nellaparola.it

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Eugenio

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